Javi Poves lascia il calcio, “capitalismo e morte”

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A 24 anni appendere gli scarpini al chiodo è lecito, molti di noi l’avranno fatto, vuoi per impegni di lavoro, di studio o di salute, ma se a farlo è un giocatore professionista la notizia, ovviamente, ha molto più eco e ridondanza, visti i poi i motivi che sono dietro a questo gesto di rifiuto.

Javi Poves ha 24 anni è fino a ieri faceva il calciatore. Calcisticamente è nato nella cantera (le giovanili) dell’Atletico Madrid, per poi passare al Rayo Vallecano, al Las Rozas, e al Navalcarnero, prima di incontrare Manolo Preciado che l’ha voluto allo Sportin Gijon, facendolo così debuttare  nella Liga Spagnola. Per molti l’approdo nel massimo campionato sarebbe stato un punto di arrivo ma così non è stato per Javi Potes che ha invece deciso di dire basta.

Le prime insofferenze il giovane Javi le aveva mostrate con due richieste apparse eclettiche ai dirigenti del club, ovvero sospendere il pagamento del suo stipendio tramite transazioni bancarie, perché non voleva che si speculasse sul suo denaro, e quella di poter restituire l’automobile che il club gli aveva regalato. Javi ha così commentato la sua svolta definitiva:

“Ciò che si vede da dentro chiarisce molto: il calcio professionale è solo denaro e corruzione. E’ capitalismo, e il capitalismo è morte. non voglio stare in un sistema che si basa su ciò che guadagna la gente grazie alla morte di altri in Sudamerica, Africa o Asia. A che mi serve guadagnare 1000 € invece di 800, se sono macchiati di sangue se si ottengono con la sofferenza e la morte di molta gente? La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto, ciò che si dovrebbe fare è andare in ogni banca, bruciarla e tagliare teste”.

Adesso Javi pensa di studiare all’università o di trasferirsi in una delle parti povere del pianeta per conoscere veramente il mondo e vedere quello che c’è, lontano dai soprusi dal mondo del dio pallone. E chissà se un giorno sentiremo ancora parlare di lui…